08/09/2007 – GOLEM ALIENI NEI NOSTRI CIELI?

Questo articolo apparve per la prima volta sulla rivista ufologica a diffusione nazionale “Area 51” (n. 25, Ottobre 2007).

Alcune considerazioni sulla tecnologia dell’affare CARET descritta da “Isaac”.

di Fabio Siciliano

In base a quanto finora divulgato nell’ambito del Programma CARET [1], i simboli che appaiono sui vari reperti e presumibilmente sui misteriosi droni fotografati recentemente nei cieli del Sud-Ovest degli Stati Uniti non avrebbero una funzione né descrittiva né tanto meno estetica, ma piuttosto strettamente funzionale.

L’idea di un linguaggio di programmazione che non ha bisogno di essere né interpretato né compilato e che viene acquisito da un processore semplicemente scrivendo le istruzioni sulla sua superficie è davvero sorprendente e richiama alla mente diverse considerazioni.

Innanzitutto viene naturale chiedersi se non vi sia una stretta analogia coi geroglifici visti da Jesse Marcel Jr. sulle travi ad “I” dei rottami dello schianto di Roswell.

Inoltre, nella nostra tecnologia le apparecchiature hanno una struttura “discreta”: un computer è costituito di parti macroscopiche ben individuabili, composte da materiali diversi, montate assieme e ciascuna con funzioni distinte.

In quella descritta dai documenti del PACL [2] diffusi da “Isaac” e dal suo memoriale, viceversa, abbiamo un materiale che è esso stesso l’apparecchiatura, il che fa pensare che in realtà sia composto da unità elementari di natura nanotecnologica non immediatamente risolvibili ad un esame macroscopico e in questo molto simili, concettualmente, a singole cellule viventi; il che fa pensare ad un materiale ovviamente artificiale ma organizzato similmente al tessuto di un organismo pluricellulare.

Il che suggerisce l’applicazione di conoscenze molto avanzate non solo nel campo della nanotecnologia ma particolarmente in quello della bionica: com’è noto, infatti, la bionica cerca di acquisire informazioni dalla biologia per applicarle in campo tecnologico; in generale, infatti, le strutture biologiche sono altamente efficienti tanto dal punto di vista funzionale quanto dal punto di vista del consumo energetico; il problema è che in genere tali strutture hanno un livello di complessità particolarmente elevato per le nostre attuali capacità e questo spiega perché non siamo stati ancora in grado di realizzare velivoli ad ala battente progettati come gli uccelli o materiali resistenti come la seta dei ragni; a tutto ciò, finora, abbiamo appena cercato di avvicinarci in modo alquanto vago ed impreciso inventando cose come l’elicottero ed il kevlar ma, ad ogni modo, al momento stiamo soltanto scimmiottando la Natura e siamo ancora ben lontani da quanto essa è stata in grado di produrre.

Ma torniamo al materiale dei reperti e al suo rapporto coi simboli che ne ricoprono la superficie, che è poi la questione centrale che mi interessa particolarmente.

Quel materiale sembra operare come un processore in grado di acquisire l’input dalla propria superficie esterna; anziché immettere le istruzioni nel processore come facciamo noi nei nostri computer attraverso dispositivi che inviano ad esso un flusso intermittente di cariche elettriche organizzato in bit, cioè per mezzo di un codice binario composto da segnali di acceso (uno) e spento (zero), la tecnologia descritta dal rivelatore che avrebbe lavorato nell’ultrasegreto centro di ricerche a Palo Alto sembra in grado di processare le istruzioni attraverso simboli apposti direttamente sul materiale che costituisce il processore stesso.

E’ quindi probabile che tali simboli siano stati apposti con un procedimento in grado di modificare in senso fisico la superficie di quel materiale, in modo tale da influenzarne il comportamento; in ogni caso, il materiale in questione sembra in grado di “accorgersi” di tale variazione superficiale e di “interpretarla” come istruzioni complesse in grado di direzionarne il funzionamento.

Tutto ciò presenta analogie a dir poco sorprendenti con quanto avviene naturalmente nelle strutture viventi, che fanno esattamente le stesse cose, sia che si tratti di organismi unicellulari, che acquisiscono informazioni sull’ambiente circostante attraverso la superficie della loro membrana esterna, sia che si tratti di organismi pluricellulari, che le acquisiscono attraverso sensori epidermici sensibili al tatto ed al calore ed anche attraverso altre strutture assai più localizzate, sofisticate e specializzate, sensibili all’olfatto, alla luce e alle onde sonore, il che ci riporta ancora una volta alla bionica.

Ma esistono comunque altre analogie, non meno intriganti e sicuramente interessanti.

Mi riferisco in particolare all’idea del Golem, alla magia e alle formule magiche, che ancora una volta altro non sarebbero che residui sbiaditi e volgarizzati del ricordo di un’antica tecnologia molto più avanzata di quella attuale, il cui ricordo sarebbe poi sopravvissuto attraverso i millenni nei miti e nelle leggende.

La cultura ebraica del XVI secolo narra infatti che a Praga il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel si serviva dei Golem, creature artificiali fatte d’argilla, che egli era in grado di attivare e disattivare a piacimento semplicemente scrivendo sulla loro fronte, ovviamente in ebraico, la parola emet (verità), ovvero cancellandone il primo carattere e trasformandola così in met (morte); un po’ come se noi, per accendere o spegnere un computer, anziché premere un pulsante, potessimo scrivere, ad esempio su una sorta di tavoletta grafica, le parole “ON” e “OFF”. In tal modo le parole acquisirebbero direttamente una funzione tecnologica e una sorta di “potenza” intrinseca, il che spiegherebbe come sia nato l’analogo concetto presente nella stessa magia attraverso le cosiddette “formule magiche”.

Un’ultima considerazione, che in realtà vuole essere un vero e proprio suggerimento per il giornalismo investigativo, è questa: considerato il fatto che sfortunatamente non siamo in grado di rintracciare la “gola profonda” che ha pubblicato i documenti del PACL per approfondirne ulteriormente i contenuti con lui, sarebbe a questo punto estremamente interessante sottoporre quella documentazione a Bob Lazar il quale, com’è noto, in passato ha più volte affermato di aver lavorato direttamente sulla tecnologia aliena a scopo di retroingegneria; sarebbe quindi fondamentale raccogliere un suo commento sulla faccenda: se infatti la sua storia fosse davvero reale e se lo fosse anche l’affare CARET, allora quella tecnologia non dovrebbe essergli nuova ed anzi, su di essa, potrebbe fornire alla comunità ufologica preziosi chiarimenti e magari anche nuovi spunti per nuove indagini.

NOTE

[1] CARET: “Commercial Applications Research for Extra-terrestrial Technology”, vale a dire “Ricerca per Applicazioni Commerciali della Tecnologia Extraterrestre”.

[2] PACL: “Palo Alto CARET Laboratory”, ossia “Laboratorio CARET di Palo Alto”, in California.

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