10/09/2008 – L’ERRORE DI OBAMA

Questo articolo apparve per la prima volta sulla rete di COMUNICATI-STAMPA.NET.

OBAMA-BIDEN vs. OSAMA BIN LADEN: in un Paese assetato di cambiamento come gli Stati Uniti, nulla lo avrebbe sottolineato in modo più vincente di un ticket OBAMA-CLINTON: il primo nero, Barack Obama, e la prima donna, Hillary Clinton, in corsa, insieme, per la Casa Bianca.

Il candidato democratico, invece, spiazzando tutti, ha optato per Joe Biden, perdendo probabilmente la sua più grande occasione per una scelta che, alla fine, potrebbe pagare molto cara.

Il suo avversario John McCain non è rimasto a guardare e, prendendo la palla al balzo con grande arguzia, ha proposto alla Vicepresidenza la giovane e spumeggiante Sarah Palin.

Ma il Senatore dell’Illinois potrebbe scontare gli effetti di un handicap ben più subdolo della sua miopia politica: “OBAMA-BIDEN” suona infatti fin troppo simile ad “OSAMA BIN LADEN”; possibile che questo “scherzetto” del destino non finisca per giocargli un brutto tiro nella mente dei suoi elettori?

di Fabio Siciliano

A volte il caso ci mette lo zampino e quando questo avviene sembra farlo in modo talmente grottesco da suggerire quasi una regia dotata non solo di un lucido intelletto, ma anche di un senso dell’umorismo assolutamente sadico e perverso.

Per mesi Barack Obama ha saputo infiammare l’opinione pubblica e le attese dei suoi concittadini e non solo, dimostrando in più occasioni di saper incarnare quell’ormai disperato bisogno di aria nuova, quasi di un “New Deal”, avvertito da gran parte dell’Occidente e da entrambi i lati dell’Atlantico.

Quando nel Novembre 1989 si giunse alla caduta del muro di Berlino, furono in molti ad avvertire l’euforia di una ritrovata speranza nel futuro, messo in forse dalle minacce nucleari di una guerra globale più volte paventate in decenni di guerra fredda, quando l’oscura e sinistra presenza sovietica copriva gran parte dell’Eurasia come se si trattasse di cupe nubi di tempesta.

Meno di un anno dopo la Germania si sarebbe riunificata, accelerando un processo inarrestabile che solo alcuni mesi prima sarebbe parso impossibile ai più e che, nel complesso, sembrò quasi suggerire che il Mondo intero avesse ritrovato la sua gioventù e che tutto, in breve, sarebbe stato finalmente possibile.

Vi furono certamente momenti di estrema drammaticità, come ad esempio l’improvvisa insurrezione della Romania contro i Coniugi Ceaucescu, che nel giro di pochi giorni portò alla loro fucilazione nel Dicembre dello stesso 1989, od il tentativo di golpe contro Gorbaciov nell’Agosto 1991, che finì con l’ascesa di Eltsin, lo scioglimento dell’Unione Sovietica e la nascita, alla fine dello stesso anno, dell’odierna Comunità di Stati Indipendenti (CSI), tuttora capeggiata dalla Federazione Russa.

Ma, come dicevo, nell’insieme fu un breve ed intenso periodo di grande rinnovamento, durante il quale fu palpabile la sensazione che la Storia stesse per proporre nuove pagine emozionanti, finalmente caratterizzate da promesse di pace, libertà, collaborazione e comune prosperità.

In breve, però, le cose volsero al peggio: già nel corso del 1991 la Jugoslavia era andata incontro ad una rovinosa dissoluzione, culminata in guerra aperta fra il 1992 ed il 1995 in Bosnia e, nel 1999, in Kosovo, con l’intervento della NATO a difesa della popolazione di etnia albanese ed i bombardamenti occidentali in Serbia.

Questa grave situazione finì per gettare le basi di un nuovo e progressivo logoramento delle relazioni fra la Russia e la NATO, particolarmente evidente proprio in questi giorni, a seguito del recentissimo intervento russo in Georgia.

Inoltre, a spazzare via definitivamente qualsiasi ipotesi di inizio di una nuova era, nel 2001 venne l’11 Settembre con i suoi attentati devastanti, che sprofondarono il Mondo intero in un nuovo incubo chiamato terrorismo e che, con il permanente stato di guerra ed il senso di insicurezza collettiva che ne derivò, finirono anche per colpire gravemente l’economia mondiale.

In breve vi furono l’invasione dell’Afghanistan (Ottobre 2001) e quella, ben più grave sul piano delle relazioni e dell’instabilità internazionale, dell’Iraq (Marzo 2003).

Oggi, a distanza di meno di vent’anni da quei magici momenti berlinesi, la situazione generale del Pianeta sembra essere ben lontana dalle speranze di quei giorni da moltissimi punti di vista: economici, politici, militari e, come se non bastasse, ambientali.

In questa situazione, apparentemente disperata e quasi senza uscita, proprio gli Stati Uniti sembrano trovarsi più che mai in prima linea.

Nel corso di questi anni il Popolo americano non ha dovuto subire soltanto l’orrendo affronto dell’11 Settembre ma anche e soprattutto la politica del suo Presidente George Walker Bush, che in risposta a quell’affronto ha scatenato la sua personale “Guerra al Terrore”, non sempre condivisa e non sempre condivisibile, che non si è limitata all’intervento armato in quelli che ormai sembrano diventati il pantano iracheno e quello afghano o a minacciare di attacco altri “stati canaglia” come la Corea del Nord e l’Iran, ma anche limitando più o meno pesantemente la libertà e la privacy dei suoi concittadini, ad esempio con l’introduzione del Patriot Act (2001), per non parlare della politica messa in atto in luoghi di detenzione come Guantanamo e non solo, chiaramente discutibile e non di rado in evidente violazione dei diritti umani e delle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.

Si pensi ad esempio allo scandalo, esploso nell’Aprile 2004, sulle sevizie ed umiliazioni inflitte a detenuti iracheni da soldati statunitensi e britannici nella prigione di Abu Ghraib, episodio per il quale il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dovette chiedere pubblicamente scusa e che probabilmente contribuì non poco alle sue dimissioni nel Novembre 2006, anche in relazione alla citazione giudiziaria portata avanti contro di lui da due associazioni – “American Civil Liberties Union” (Unione Americana per le Libertà Civili) e “Human Rights First” (Prima di Tutto i Diritti Umani) – ed in seguito archiviata nel Marzo 2007, a causa dell’ordine da lui firmato nel Dicembre 2002 nel quale autorizzava nuovi “metodi” per interrogare i prigionieri sospettati di terrorismo a Guantanamo.

Quanto sopra, ovviamente, non contribuisce in modo favorevole alla fiducia che l’americano medio dovrebbe nutrire verso le proprie istituzioni democratiche, senza poi trascurare le gravissime ed evidenti falle nella gestione federale della sicurezza nazionale che precedettero e consentirono i fatti dell’11 Settembre, al punto da diffondere fra gli stessi americani il sospetto, talvolta definito “cospirazionista” ma purtroppo non del tutto immotivato, che quei tragici fatti fossero stati in qualche modo pianificati da settori deviati, ad altissimo livello, degli stessi apparati di potere statunitensi; un “inside job“, insomma, fatto apposta per giustificare una sorta di golpe interno e quindi le successive operazioni militari sullo scacchiere internazionale.

A tutto ciò si deve aggiungere l’effettiva recessione dell’economia mondiale, o almeno di parte di essa, a fronte del prorompente emergere di nuove potenze industriali e finanziarie come quella cinese e del mancato buon governo del processo di globalizzazione, che consentendo la rilocalizzazione senza regole del sistema di produzione di beni e servizi, sta portando inevitabilmente al graduale impoverimento di una fetta considerevole della società occidentale in genere e di quella americana in particolare, fetta nella quale rientra soprattutto la cosiddetta classe media, che nei Paesi democratici, ovviamente, più di ogni altra finisce per condizionare in modo determinante le fortune o le disgrazie politiche di chi governa.

Nel ricordare la fallimentare politica repubblicana non va infine dimenticato l’aspetto ambientale: attualmente gli Stati Uniti sono praticamente l’unico Paese industrializzato che non aderisce al Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, che al momento rappresenta l’unico strumento giuridico a livello internazionale in grado di combattere il riscaldamento globale con una certa efficacia; in effetti va detto che il Presidente William Jefferson “Bill” Clinton firmò il Protocollo verso la fine del suo mandato, ma l’adesione americana fu poi ritirata dal suo successore, cioè da Bush, una volta insediatosi alla Casa Bianca.

Quanto tale politica fosse miope ed insensata divenne chiarissimo a tutti nell’Agosto 2005, quando l’uragano Katrina, uno dei cinque più gravi nella storia degli Stati Uniti, colpì con violenza inaudita la costa settentrionale del Golfo del Messico, devastando la storica città di New Orleans e provocando quasi duemila morti.

Di fronte a questa pesantissima eredità, gli Stati Uniti guardano probabilmente alle prossime elezioni quasi fosse il giorno del ritorno del Messia, l’occasione per gettarsi definitivamente alle spalle quelli che forse sono stati gli otto anni più bui della loro storia più recente.

Non a caso, nel corso dell’intera Campagna elettorale, il repubblicano John McCain ha sempre cercato di ridurre al minimo la presenza, il sostegno e la partecipazione del Presidente in carica, evidentemente rendendosi ben conto di quanto, in realtà, l’ingombrante figura del suo compagno di Partito potesse più danneggiarlo che favorirlo.

D’altro canto, il democratico Barack Obama ha avuto buon gioco, a buon diritto, ad imperniare tutta la sua travolgente Campagna sull’idea del cambiamento (“CHANGE“) e sull’effettiva possibilità di realizzarlo concretamente (“YES, WE CAN“).

Egli stesso, in quanto NERO, più di ogni altro poteva incarnare tale idea in modo evidente; così come, del resto, la sua sfidante in seno al suo stesso partito, l’agguerritissima Hillary Clinton, in quanto DONNA.

In questo, sicuramente i Democratici hanno avuto un indubbio vantaggio: esibire ben due candidati di rango in grado di incarnare l’idea del cambiamento in modo evidente ed indiscutibile; in effetti non sarebbe stata certo la prima volta: nel 1972 ci provò Shirley Chisholm, NERA e DONNA, quindi fu la volta di Jesse Louis Jackson, NERO anch’egli, nel 1984 ed ancora nel 1988; ma, probabilmente, mai come stavolta i tempi sarebbero stati maggiormente propizi.

Purtroppo, a quanto pare, alla fine qualcosa dev’essersi inceppato in questo meccanismo quasi perfetto: sarà stata probabilmente la durezza dello scontro fra Barack ed Hillary in certe fasi della Campagna o magari qualche altro motivo che fino ad ora nessuno ha voluto rendere noto, ad ogni modo molti osservatori di questioni politiche e non solo si sarebbero aspettati, giunti alla Nomination, una decisione di buon senso che avrebbe garantito al Partito dell’Asinello un successo quasi scontato facendo tesoro al massimo delle proprie risorse in termini di migliori candidati disponibili; sin da quando fu chiaro che in casa democratica lo scontro si sarebbe giocato principalmente fra Barack Obama ed Hillary Clinton, insomma, ci si sarebbe aspettati che alla fine sarebbe emerso un “ticket” OBAMA-CLINTON nel quale chiunque dei due avesse vinto le Primarie si sarebbe aggiudicato la Nomination come futuro Presidente degli Stati Uniti, mentre all’altro (o all’altra) sarebbe spettato il ruolo di Vicepresidente: comunque fosse andata, Obama e la Clinton sarebbero stati, insieme, la coppia vincente di casa democratica.

Tuttavia, giunti al dunque è stato scelto Obama ed Obama, alquanto inaspettatamente, NON ha scelto la Clinton: ha scelto, invece, il Senatore del Delaware Joseph Robinette “Joe” Biden Jr., deludendo così, in parte, non poche aspettative.

A questo punto, la scelta di candidare Sarah Palin alla Vicepresidenza degli Stati Uniti potrebbe rivelarsi la carta vincente del repubblicano John McCain, che ha saputo approfittare con tempestiva abilità della scelta, a mio modo di vedere errata, del suo avversario.

McCain può adesso a buon diritto proclamarsi portatore del cambiamento e può farlo per la semplice ragione che, pure al di là di qualsiasi effettivo contenuto politico, la sua candidatura porterebbe una donna alla Casa Bianca; comunque vada, sarà stato il primo a farlo, il che non solo gli permetterà di attribuirsi un primato storico in tal senso ma rivestirà anche un indiscutibile valore simbolico e psicologico che avrà sicuramente un effetto favorevole nella percezione della sua immagine dal punto di vista dell’elettorato.

D’altro canto, Obama avrà realizzato un triplo errore: primo, perdere potenzialmente il consenso di una fetta non trascurabile di elettorato femminile che con tutta probabilità si sentirà più orientato a votare per la Palin e di conseguenza anche per il suo anziano compagno di cordata; secondo, come già sottolineato, aver rinunciato all’occasione, probabilmente vincente di per sé, di proporsi come il primo possibile Presidente nero assieme al primo possibile Vicepresidente donna; terzo, aver realizzato, attraverso la scelta di Biden quale suo vice, un potenzialmente incredibile autogoal psicologico, ovviamente non voluto e probabilmente non compreso: è quasi impossibile, infatti, non notare immediatamente il curioso giochetto fonetico per cui, per semplice assonanza, il “ticket” OBAMA-BIDEN assomiglia fin troppo chiaramente al suono, decisamente sinistro in quanto denso di significati negativi, di… “OSAMA BIN LADEN”.

Un accostamento che naturalmente è del tutto casuale, ma che potrebbe produrre imprevedibili effetti psicologici sull’elettorato americano, fornendo così al rivale repubblicano un insperato ed occulto aiuto subliminale.

Quanto paventato in questo articolo, fortunatamente, non si è concretizzato. Il candidato democratico Barack Obama ha stravinto le elezioni presidenziali dello scorso 4 Novembre e si insedierà alla Casa Bianca come 44° Presidente degli Stati Uniti d’America il prossimo 20 Gennaio. Col più fervido augurio che il Mondo possa conoscere, finalmente, una nuova stagione di speranza e prosperità, nonostante i tanti e gravi problemi che lo affliggono.

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